Testimonianze archeologiche

A quale periodo si può far risalire la “fondazione” di Felline? Purtroppo non ci è dato saperlo con esattezza, in tal proposito le fonti sono assai sporadiche. Ciò che possiamo fare è riunirle in un discorso di senso compiuto che non ha la pretesa di fornire date precise sulla nascita, ma almeno di far capire le cause dell’occupazione umana di questo territorio e le varie modalità insediative. Cerchiamo di fare chiarezza partendo da alcune informazioni attendibili:

  • Le testimonianze archeologiche più antiche in merito alla presenza di un centro abitato in questo spazio sono risalenti a non prima del II secolo a.C..
  • La presenza di un nucleo artigianale/abitativo deve necessariamente riferirsi alla vicinanza con l’importante città Messapica di Ozan, che in epoca romana diviene municipium con il nome di Uxentum.
  • Pur non conoscendo bene l’entità del più antico nucleo abitativo, possiamo asserire che esso si presentava come una villa rustica, cioè un piccolo centro abitato a vocazione agricola e artigianale.

In merito al primo punto si può obiettare che il territorio demaniale di Felline (che chiameremo, per comodità feudo) è in realtà ricco di testimonianze preistoriche e protostoriche (Menhir di Terenzano ad esempio); è però opportuno specificare che in questa sede ci si limita a parlare e a indagare la vita nel borgo, riportando ad opportune schede successive le testimonianze archeologiche del contado. Resta così a disposizione ciò che è emerso nell’unica indagine archeologica di rilievo avutasi nel 1967 in via IV novembre e nelle zone immediatamente adiacenti. Il prof. Cosimo Pagliara, dell’Università del Salento (allora Università di Lecce), condusse una campagna di scavi di ricognizione nella suddetta zona. Ecco la sua testimonianza: “ (…) Alla fine dei lavori, durati appena una settimana, fu possibile stabilire che l’area archeologica di Felline si limitava alla non estesa zona “Malora”[1] , in cui era compreso l’edificio o complesso di edifici individuati. (…) Già alla luce degli elementi acquisiti è possibile avanzare alcune ipotesi e fare una serie di osservazioni. Felline non è un centro antico comunque noto; gravita nell’area del più famoso centro di Ugento dal quale dista circa tre Km. La zona “Malora” si trova alla periferia di Felline (ATTENZIONE, SIAMO NEL 1967), sulla cima di uno sperone roccioso, alto sulla pianura aperta verso il mare. Ai piedi scorre un piccolo corso d’acqua, ora stagionale, che va a scaricarsi nelle paludi litoranee nei pressi dell’antica zona portuale di Ugento. Aldilà del canale, ai piedi dello sperone, quattro pozzi profondi, in parte soffocati, la cui tecnica di costruzione e di impianto rivela una notevole antichità, hanno continuato per secoli ad assicurare approvvigionamento idrico costante. Si può inoltre supporre, anche se non se ne ha una prova diretta, che il complesso di costruzioni antiche sorgesse ai margini dell’antica strada che collegava i centri ionici del Salento romano; su di essa confluiva il traffico commerciale di prodotti tipici delle zone agricole dell’interno, il vino e l’olio, diretti agli scali marittimi della costa (ad esempio Torre San Giovanni). Il complesso di edifici può dunque essere riferito a una villa rustica la cui principale attività sia stata quella di produrre contenitori di prodotti agricoli. Non si è ancora incontrata alcuna fornace, è vero, né scarichi di materiale fittile così cospicui da indicare con esattezza l’esistenza di una o più fornaci a Felline. Bisogna però dire che l’esplorazione archeologica a Felline è stata limitata nello spazio e nel tempo; inoltre le considerazioni fatte sulla posizione del sito, illustrano una situazione analoga a quella rilevata nella località di Apani (Brindisi), dove è stata scoperta una fornace la cui produzione era prevalentemente quella di anfore; ed anche in quel caso l’attività si svolgeva ai bordi dell’Appia, vicino a un corso d’acqua e nei pressi di un’area portuale (…)”.[2]

Insomma, Felline, in età romana si identificherebbe come un quartiere artigianale (kerameikos in termini tecnici) periferico, un “satellite” produttivo della città di Uxentum. A testimonianza di ciò, sempre negli studi del Pagliara, i tanti rinvenimenti di anse d’anfora, colli d’anfora e frammenti di laterizi firmati dagli artigiani dell’epoca: Aristides, Eros, Felix, Pothusca, Rufio, Nicephorus, Zosimus.

[1] Questa zona, corrispondente proprio a via IV novembre e vie vicine, digradante verso SO fino alla zona del frantoio ipogeo, prende questo nome a causa della presenza di accumuli acquitrinosi prima che qui fossero costruite le abitazioni. Non è chiara l’origine etimologica del nome , tuttavia, pur con le dovute cautele, si potrebbe ipotizzare che Malora sia il risultato di un fenomeno linguistico noto come metatesi, che consiste nel cambiamento di posto di singole lettere o sillabe all’interno di una parola; potrebbe quindi essere metatesi per Marola, termine volgare derivante dal latino medievale Marula, attestato già dal XVI secolo, indicante una zona paludosa o semplicemente un luogo di sorgive.

[2] C. Pagliara, “Bolli anforari inediti di Felline” in “Studi Classici e Orientali”, XVII, 1968.